Fabiola Gianotti, ricercatrice italiana e prossimo direttore generale del Cern di Ginevra dal primo gennaio 2016 per quattro anni.

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“L’Internet cafe anglosassone è un’esperienza da peep show perché il bar anglosassone è un luogo dove le persone vanno a cullare la propria solitudine in compagnia. Il Multimedia Arcade, al contrario, è basato sull’osteria mediterranea e ciò dovrebbe riflettersi sulla struttura del posto: sarebbe bello per esempio avere uno schermo comune gigante, dove ogni persona che sta navigando possa postare i siti interessanti che ha trovato”. E avrebbero anche creato i loro contenuti geolocalizzati, in un processo irreversibile in cui il mondo anglofono avrebbe velocemente perso le redini della Rete.

“Fino a un anno fa, c’erano pochi siti che non fossero in inglese.

Ora, quando comincio una ricerca sul World Wide Web, Alta Vista mi restituisce siti norvegesi, polacchi, lituani. Per leggere l’informazione che gli interessa, gli americani non faranno un corso intensivo di norvegese, ma cominceranno a pensare.

Abbracceranno altre culture, altri punti di vista”.

Tech, il 55% dei siti web del mondo era in inglese, con il tedesco al secondo posto con solo il 6% e l’italiano al nono con poco meno del 2%.

Oggi, i primi quattro siti più visitati del mondo sono controllati da aziende americane, anche se secondo la mappa qui sopra Cina, Palestina, Russia, Bielorussia, Corea del Sud e Kazhakistan resistono all’imperialismo Usa.Guardando poi agli Internet cafe citati da Eco, il modello anglosassone sembra aver colonizzato il resto del mondo.Le eccezioni sembrano fiorire, più che su base geografica o culturale, su differenze di potere d’acquisto o accesso alla rete, vedi i precari giapponesi che dormono negli Internet cafe o il bus di Google che porta Internet nei campus del Bangladesh.Come gli alpinisti austriaci che trovarono Ötzi mezzo incastrato nel ghiaccio, l’altro giorno passeggiavo tranquillo sul web in cerca di tutt’altro, quando mi sono imbattuto in quest’intervista di Lee Marshall a Umberto Eco pubblicata nel marzo 1997 su ), ed è una profezia – più o meno azzeccata – di come il mondo sarebbe stato rivoluzionato dalla Rete.Tutto comincia con il Multimedia Arcade, un nome che oggi mi ricorda una sala giochi in cui andavo da bimbo a Marina di Ravenna, ma allora era nella testa di Eco la biblioteca del futuro, un luogo in cui i cittadini avrebbero potuto usare postazioni Internet per navigare, mandare mail, consultare e prendere in prestito libri e prodotti multimediali.Il primo Multimedia Arcade avrebbe dovuto aprire a Bologna a fine 1997 (confluì poi nella Biblioteca della Sala Borsa).